Postfazione
— fuori dal racconto —
Quello che non ho inventato
Quasi tutto. Ed è la cosa che mi ha sorpreso di più.
La peluria sul mento è di Pindaro: scrive che al ragazzo, arrivato alla fioritura, la barba gli scurisce il viso. Ed è quello il segnale che mette in moto la storia. Il mare grigio è suo. Il fatto che Pelope scenda solo e di notte è suo. Il dio che compare subito, vicinissimo, è suo — e quella prontezza sospetta, quel senso di uno che aspettava dietro la porta, è già tutta nel testo.
I tredici sono contati, non sono un numero vago. Secoli più tardi un viaggiatore di nome Pausania racconta di aver visto i loro tumuli lungo il percorso della corsa.
E la domanda è sua, non mia: se comunque si deve morire, perché restare seduti al buio a farsi crescere addosso una vecchiaia senza nome, senza aver avuto parte in niente di bello. Duemilacinquecento anni e non le serve una nota a piè di pagina.
Anche il ricatto è nel testo. Pelope non prega: ricorda a Poseidone quello che c’è stato fra loro e glielo presenta come un credito. Pindaro lo dice in modo obliquo e io l’ho tenuto obliquo.
Quello che ho inventato
Una cosa sola: il vecchio seduto vicino al nono tumulo, con l’otre, che racconta del padre venuto da lontano a riprendersi il figlio e mandato via. Non esiste in nessuna fonte.
L’ho messo lì perché tredici morti sono una statistica e uno solo è un ragazzo.
Quello che Pindaro ha cambiato — e lo dice
Nella versione che circolava prima di lui, Pelope non veniva rapito da nessuno: veniva fatto a pezzi e cucinato da suo padre, che voleva mettere alla prova gli dèi servendogli il figlio a tavola.
Pindaro questa storia la cancella. E non lo fa di nascosto: annuncia apertamente che parlerà contro chi l’ha preceduto, perché degli dèi non si devono dire certe cose. Al posto del banchetto mette l’innamoramento di Poseidone.
Perché l’ha fatto? Le risposte possibili sono almeno due e sono molto diverse fra loro. Per scrupolo religioso, come dichiara. Oppure perché l’antenato mitico del committente non poteva finire in pentola davanti a tutta Siracusa. Non lo sapremo. Ed è una delle ragioni per cui questa storia mi ha tenuto sveglio.
Quello che invece in Pindaro non c’è
La versione più diffusa — quella che trovate ovunque cercando in rete — è che Pelope vinca barando: corrompe l’auriga del re, gli fa sostituire i perni delle ruote con perni di cera, il carro si sfascia in corsa, il re muore. C’è anche una donna promessa all’auriga come pagamento e un tradimento successivo.
Niente di tutto questo è nell’Olimpica prima. In Pindaro il ragazzo vince perché un dio gli ha reso un favore e basta. Il racconto che avete letto è fedele a lui, non alla leggenda più famosa. Se le due cose vi sembrano in contraddizione, lo sono davvero: i greci convivevano tranquillamente con versioni incompatibili della stessa storia e ogni poeta sceglieva la sua.
L’ultimo canto
L’ode più tarda di Pindaro che sappiamo datare è del 446 a.C., per un lottatore dell’isola di Egina di nome Aristomene. È la più cupa che abbia scritto.
Invece della festa, parla degli sconfitti: quelli che tornano a casa rasente i muri per non incontrare nessuno e le madri che vedendoli arrivare non ridono. Poi dice che siamo il sogno di un’ombra. E subito dopo, senza preavviso e senza spiegazioni, aggiunge che quando scende un bagliore dall’alto sugli uomini si posa una luce e la vita è dolce.
Non risolve. Mette le due cose una accanto all’altra e se ne va. È esattamente il gesto che il racconto prova a imitare.
L’Auriga di Delfi, bronzo, 470 a.C. ca. — tutto quello che resta di un gruppo che aveva anche il carro e i cavalli.
Museo Archeologico di Delfi. Foto Wikimedia Commons, CC0
Il fratello che comprò l’eternità in bronzo
Polizelo, tiranno di Gela, era il fratello minore di Gelone e di Ierone. Donò al santuario di Apollo a Delfi un gruppo bronzeo con carro, cavalli e auriga, per una vittoria ai Giochi Pitici; la datazione più seguita è il 474 a.C. Due anni dopo l’Olimpica prima. Stessa famiglia. Un fratello si compra l’eternità in bronzo mentre l’altro se la compra in versi.
Del gruppo è rimasto solo l’auriga. E c’è un dettaglio che chiude il cerchio: la prima riga dell’iscrizione risulta riscritta — al testo originale, che conteneva un termine riferito a una carica politica, è stato sostituito il nome proprio di Polizelo. Qualcuno ha corretto il monumento all’eternità. Esattamente come Pindaro aveva corretto il mito.
Le domande che restano
A Olimpia, sul frontone orientale del Tempio di Zeus, la scena è nella pietra: Pelope da una parte, il re dall’altra, il dio grande in mezzo, i cavalli pronti. Pausania, passando di lì, notò una cosa che nessuno gli aveva detto: la corsa non è ancora cominciata. Gli hanno dato la facciata principale del tempio più importante del santuario. E ci hanno messo un attimo di sospensione.
Resta da capire chi possieda davvero la gloria. Se l’atleta che compie l’impresa, o il poeta senza il quale l’impresa si spegne in una settimana. Pindaro non aveva dubbi in proposito. E naturalmente aveva un interesse personale a non averne.
E resta il fatto scomodo: che le parole più belle mai scritte sulla fragilità umana sono arrivate in fondo a una fattura. Non so se questo le renda meno vere. Sospetto di no. Ma è una cosa che vale la pena tenere in mano mentre si legge.
FONTI
Pindaro, Olimpica 1 (476 a.C.), vv. 65-96 — Perseus Digital Library; Loeb Classical Library, Pindar: Olympian Odes, ed. W. H. Race, 1997
Pindaro, Pitica 8 (446 a.C.), vv. 81-100 — Perseus; Loeb; traduzione e note di G. Nagy, Center for Hellenic Studies, Harvard
Pausania, Periegesi della Grecia — tumuli dei pretendenti; frontone del Tempio di Zeus
Frontone orientale del Tempio di Zeus a Olimpia (472-456 a.C. ca.), Museo Archeologico di Olimpia
Edizione italiana di riferimento: B. Gentili, C. Catenacci, L. Lomiento, P. Giannini (a cura di), Pindaro. Le Olimpiche, Fondazione Lorenzo Valla / Mondadori, Milano 2013
Sulle date di nascita e morte di Pindaro (518? – 438?) la tradizione antica non è concorde
Immagini: Wikimedia Commons. Museo Archeologico di Olimpia (frontone orientale, foto Rigorius e Melissopetra CC BY-SA 4.0; figura del vecchio, foto Angela Monika Arnold CC BY 3.0; Zeus e Ganimede CC BY-SA 4.0); Museo dell’Acropoli di Atene (Kouros di Kritios, CC BY-SA 4.0); Museo Archeologico Nazionale di Atene (bronzo di Capo Artemisio, CC0); The Metropolitan Museum of Art (lastra con Pelope e Ippodamia, CC0); Museo Nazionale Romano (Pugile in riposo, CC BY-SA 4.0); Museo Archeologico di Delfi (Auriga, CC0).

